Il castagno, come ogni altra specie vegetale coltivata, è soggetto all’attacco di numerosi agenti patogeni e parassiti animali che possono comprometterne la salute, la vigoria e la capacità produttiva. La conoscenza dei principali avversari del castagno, la capacità di riconoscerne i sintomi e la comprensione del loro ciclo biologico sono i presupposti fondamentali per impostare una strategia di difesa efficace e sostenibile. Affrontare le problematiche fitosanitarie richiede un approccio integrato, che privilegi le misure di prevenzione agronomica, il monitoraggio costante dell’impianto e l’utilizzo di metodi di lotta a basso impatto ambientale, riservando l’uso di prodotti chimici solo ai casi di effettiva necessità. La difesa fitosanitaria non è una battaglia da combattere, ma un equilibrio da gestire per garantire la convivenza tra la pianta e il suo ambiente.
Le malattie del castagno possono essere causate da funghi, batteri o altri microrganismi. Tra queste, due patologie hanno segnato profondamente la storia della castanicoltura a livello mondiale: il cancro corticale e il mal dell’inchiostro. Il cancro corticale, causato dal fungo Cryphonectria parasitica, è una malattia devastante che attacca la corteccia dei rami e del tronco, portando al disseccamento della parte superiore della pianta. Il mal dell’inchiostro, provocato da oomiceti del genere Phytophthora, è invece una grave malattia dell’apparato radicale e del colletto, che causa il deperimento e la morte dell’intera pianta. La lotta a queste patologie si basa principalmente sulla prevenzione, sull’utilizzo di varietà resistenti o di portainnesti specifici e sulla cura delle condizioni agronomiche.
Oltre a queste due storiche avversità, esistono altre malattie fungine che possono colpire le parti aeree della pianta, come l’antracnosi, che provoca macchie e disseccamenti sulle foglie, o il marciume bruno, che danneggia i frutti. La gestione di queste patologie si avvale di buone pratiche colturali, come potature adeguate per favorire l’arieggiamento della chioma e la scelta di sesti d’impianto non troppo fitti. In caso di forti attacchi, possono essere necessari interventi con prodotti a base di rame o altri fungicidi specifici, da effettuare nei momenti più opportuni del ciclo biologico del patogeno.
Il mondo degli insetti rappresenta un altro capitolo importante nella difesa del castagneto. Diversi fitofagi possono causare danni significativi a foglie, germogli, legno e, soprattutto, ai frutti. Tra i più temuti vi sono i lepidotteri carpofagi, come la cidia e il balanino, le cui larve si sviluppano all’interno delle castagne, rendendole non commerciabili. Un’altra grave minaccia, emersa in tempi più recenti, è il cinipide galligeno del castagno, un piccolo imenottero di origine asiatica che provoca la formazione di galle sui germogli, riducendo drasticamente la crescita e la produzione della pianta. La lotta a questi parassiti si basa sul monitoraggio delle popolazioni, sull’uso di trappole e, sempre più, su metodi di lotta biologica, che rappresentano la frontiera più promettente per una difesa efficace e rispettosa dell’ambiente.
Il cancro corticale del castagno
Il cancro corticale, causato dal fungo ascomicete Cryphonectria parasitica, è senza dubbio una delle più gravi e distruttive malattie che abbiano mai colpito il castagno a livello globale. Originario dell’Asia, dove i castagni locali hanno sviluppato una forma di coesistenza e resistenza, questo patogeno è stato introdotto accidentalmente in Nord America all’inizio del XX secolo e successivamente in Europa, causando una vera e propria epidemia che ha decimato intere popolazioni di castagni americani ed europei, altamente suscettibili. Il fungo penetra nella pianta attraverso ferite presenti sulla corteccia, come quelle causate da potature, grandine, insetti o eventi meteorologici.
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Una volta all’interno, il fungo si sviluppa nel tessuto sottocorticale, il cambio, provocando la formazione di lesioni cancerose di colore bruno-rossastro, depresse e fessurate. Questi cancri si espandono rapidamente, arrivando a circondare completamente il ramo o il tronco. L’interruzione del flusso della linfa causata dal cancro porta al rapido disseccamento di tutta la parte della pianta situata al di sopra della lesione. I sintomi più evidenti sono l’ingiallimento e l’appassimento improvviso delle foglie su uno o più rami durante la stagione vegetativa, che rimangono attaccati alla pianta anche in autunno, creando un contrasto cromatico molto caratteristico.
La lotta al cancro corticale è stata per decenni una sfida complessa. I metodi di lotta chimica si sono rivelati poco efficaci e non sostenibili. La ricerca si è quindi concentrata su due fronti principali: la selezione di varietà resistenti e la lotta biologica. La scoperta di ceppi “ipovirulenti” del fungo, ovvero ceppi meno aggressivi perché infettati da un virus (un mico-virus), ha aperto la strada alla lotta biologica. Inoculando questi ceppi ipovirulenti nei cancri attivi, è possibile trasmettere il virus ai ceppi virulenti, trasformandoli a loro volta in ceppi deboli. Questo permette alla pianta di reagire, cicatrizzare la ferita e sopravvivere all’infezione.
Oggi, la gestione del cancro corticale si basa su un approccio integrato. Le pratiche agronomiche preventive sono fondamentali: evitare ferite inutili, disinfettare gli attrezzi di potatura, eliminare e distruggere i rami infetti per ridurre la fonte di inoculo. Nei castagneti già colpiti, si interviene con la cura dei cancri, asportando il tessuto malato e applicando i preparati a base di ceppi ipovirulenti. Inoltre, il lavoro di miglioramento genetico prosegue, con la selezione di ibridi interspecifici (derivati dall’incrocio tra castagno europeo e specie asiatiche resistenti) che combinano la resistenza alla malattia con una buona qualità dei frutti, rappresentando la speranza più concreta per il futuro della castanicoltura.
Il mal dell’inchiostro
Il mal dell’inchiostro è un’altra malattia storica e molto temuta del castagno, causata da oomiceti del genere Phytophthora, in particolare da Phytophthora cinnamomi e Phytophthora cambivora. Questi microrganismi, simili a funghi, vivono nel terreno e attaccano l’apparato radicale e la base del tronco (il colletto) della pianta. La malattia è strettamente legata a condizioni di eccessiva umidità e ristagno idrico nel suolo, che favoriscono la mobilità e l’attività infettiva delle zoospore del patogeno. Terreni pesanti, argillosi, compatti e mal drenati sono quindi i più a rischio.
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I sintomi della malattia si manifestano inizialmente sulla chioma con un progressivo deperimento generale. Le foglie appaiono più piccole del normale, ingiallite (clorotiche) e rade; la crescita dei nuovi germogli è stentata e la produzione di frutti si riduce drasticamente. Questi sintomi aerei sono la conseguenza del danno subito dall’apparato radicale, che non è più in grado di assorbire adeguatamente acqua e nutrienti. Il sintomo più caratteristico, da cui la malattia prende il nome, si osserva alla base del tronco: scortecciando l’area del colletto, si nota un’alterazione dei tessuti interni, che appaiono imbruniti e intrisi di un liquido scuro, nerastro, simile a inchiostro, che fuoriesce sotto forma di essudato.
La lotta al mal dell’inchiostro è quasi esclusivamente preventiva, poiché una volta che l’infezione si è instaurata e i sintomi sono evidenti, è molto difficile salvare la pianta. La prevenzione si basa innanzitutto sulla scelta di siti di impianto idonei, evitando assolutamente i terreni soggetti a ristagno idrico. È fondamentale garantire un ottimo drenaggio, eventualmente realizzando opere di sistemazione idraulico-agraria come scoline o drenaggi sotterranei. Tutte le pratiche agronomiche che favoriscono la compattazione del suolo, come il passaggio di mezzi pesanti in condizioni di terreno bagnato, devono essere evitate.
L’arma più efficace contro il mal dell’inchiostro è l’utilizzo di portainnesti resistenti. La ricerca genetica ha permesso di selezionare portainnesti ibridi, ottenuti incrociando il castagno europeo (Castanea sativa), suscettibile alla malattia, con specie asiatiche come il castagno giapponese (Castanea crenata) o cinese (Castanea mollissima), che sono naturalmente resistenti a Phytophthora. L’innesto delle pregiate varietà europee su questi portainnesti ibridi consente di coltivare il castagno anche in terreni potenzialmente a rischio, combinando la resistenza dell’apparato radicale con l’elevata qualità dei frutti della marza. Questa strategia rappresenta oggi lo standard per i nuovi impianti di castagno da frutto.
Il cinipide galligeno del castagno
Il cinipide galligeno del castagno (Dryocosmus kuriphilus) è un insetto fitofago di origine asiatica che ha rappresentato negli ultimi decenni una delle più gravi emergenze fitosanitarie per la castanicoltura europea. Si tratta di un piccolo imenottero le cui femmine depongono le uova all’interno delle gemme del castagno durante l’estate. Le larve si sviluppano all’interno delle gemme durante l’autunno e l’inverno, e in primavera, alla ripresa vegetativa, inducono la formazione di galle, ovvero delle malformazioni tondeggianti di colore verde o rossastro, al posto dei normali germogli, foglie o infiorescenze.
Il danno causato dal cinipide è molto grave. La formazione delle galle blocca lo sviluppo dei rami, riducendo drasticamente la superficie fogliare della pianta e, di conseguenza, la sua capacità fotosintetica. Quando l’attacco interessa le gemme a fiore, la produzione di frutti viene quasi completamente azzerata. Forti infestazioni ripetute per più anni possono portare a un grave deperimento della pianta, rendendola più vulnerabile ad altre avversità, come il cancro corticale. La diffusione di questo parassita è stata molto rapida, grazie alla sua elevata capacità riproduttiva (le femmine si riproducono per partenogenesi, senza bisogno del maschio) e alla facilità con cui può essere trasportato con il materiale vivaistico infestato.
La lotta al cinipide galligeno con insetticidi chimici si è rivelata impraticabile ed inefficace, oltre che dannosa per l’ambiente e per gli insetti utili, come gli impollinatori. La strategia di contenimento che ha dato i risultati migliori a livello mondiale è la lotta biologica classica, basata sull’introduzione del suo antagonista naturale specifico, il Torymus sinensis. Questo è un piccolo imenottero parassitoide, anch’esso di origine asiatica, la cui femmina depone le proprie uova all’interno delle galle del cinipide. La larva del Torymus si sviluppa nutrendosi della larva del cinipide, uccidendola.
A partire dagli anni 2000, in tutta Europa sono stati realizzati programmi di lancio del Torymus sinensis che hanno dato risultati eccellenti. Dopo un periodo di alcuni anni necessario per l’insediamento e la diffusione del parassitoide, si è assistito a un progressivo e significativo abbattimento delle popolazioni di cinipide. Oggi, nella maggior parte dei castagneti, si è raggiunto un nuovo equilibrio biologico in cui il cinipide è ancora presente, ma la sua popolazione è mantenuta al di sotto di una soglia di danno grazie all’azione di controllo del Torymus. Questo successo rappresenta uno degli esempi più importanti di applicazione della lotta biologica in agricoltura e selvicoltura.
Insetti carpofagi: cidia e balanino
La qualità e la commerciabilità delle castagne sono seriamente minacciate dall’attività di alcuni insetti le cui larve si sviluppano all’interno dei frutti, rendendoli “bacati”. I principali responsabili di questo danno sono due insetti appartenenti a ordini diversi: il balanino (Curculio elephas), un coleottero, e la cidia delle castagne (Cydia splendana), un lepidottero. Sebbene entrambi causino danni simili, il loro ciclo biologico e le modalità di attacco sono differenti, ed è importante conoscerli per impostare una corretta strategia di difesa. Infestazioni elevate di questi parassiti possono causare perdite di prodotto che superano anche il 50%, con un grave danno economico per i produttori.
Il balanino del castagno è un curculionide caratterizzato da un lungo e sottile rostro. L’adulto compare tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. La femmina utilizza il rostro per forare il riccio ancora in formazione e deporre le uova all’interno della castagna. Dalle uova nascono delle larve bianche, apode (senza zampe) e con il corpo arcuato a forma di “C”, che si nutrono della polpa del frutto. Una volta completato lo sviluppo, la larva fuoriesce dalla castagna caduta a terra, praticando un foro perfettamente circolare, e si interra per trascorrere l’inverno. Il danno è duplice: il frutto viene svuotato internamente e il foro di uscita ne compromette l’aspetto e la conservabilità.
La cidia delle castagne è invece una piccola farfalla notturna. Le femmine depongono le uova direttamente sulla superficie dei ricci. Le giovani larve, una volta nate, penetrano all’interno del riccio e poi nel frutto, di cui si nutrono. A differenza del balanino, la larva della cidia è di colore rosato e possiede zampe. Anche in questo caso, la larva, una volta matura, abbandona il frutto per svernare nel terreno o sotto la corteccia degli alberi. Spesso, all’interno dello stesso frutto, si possono trovare gallerie e rosura lasciate dalla larva, che compromettono totalmente la qualità della castagna.
La lotta contro questi insetti carpofagi è complessa, perché le larve, vivendo all’interno del frutto, sono protette da eventuali trattamenti insetticidi. La difesa si basa quindi principalmente sulla prevenzione e su metodi agronomici. La raccolta tempestiva e quotidiana dei frutti caduti a terra è fondamentale per interrompere il ciclo biologico degli insetti, impedendo alle larve di interrarsi. La curatura delle castagne in acqua dopo la raccolta permette di eliminare i frutti infestati, poiché questi tendono a galleggiare. Il monitoraggio degli adulti con trappole specifiche può aiutare a determinare il momento migliore per eventuali trattamenti con prodotti a basso impatto, come quelli a base di Bacillus thuringiensis o di virus della granulosi, che però hanno un’efficacia parziale. L’obiettivo è ridurre la popolazione di svernanti per limitare l’infestazione nell’anno successivo.